DA TOGLIATTI E VITTORIO FOA ….A MATTEO SALVINI di Francesco Carta

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Sabato pomeriggio, andando a Roma in macchina, ho sintonizzato la radio sul canale tre. Andava in onda una testimonianza su Togliatti, a proposito del confronto sull’articolo 7 della Carta Costituzionale (rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica). Era una voce a me familiare e in un baleno riconobbi le parole e lo stile di Vittorio Foa. Stava parlando della discussione accesa tra Dossetti, De Gasperi, La Pira e Togliatti, Pajetta e Calamandrei. Nel tardo pomeriggio del 25 marzo 1946, Palmiro Togliatti pronunciò un discorso che ancora oggi fa discutere. In sostanza affermò “che i comunisti non dovevano cadere nella trappola dei clericali, non dovevano indulgere a posizioni piccolo borghesi e radicaleggianti. Soprattutto il partito comunista doveva guardare come sempre alla stella polare degli interessi di classe, doveva salvare l’ unità delle masse e la pace religiosa, ossia per salvare la condizione fondamentale di un ordinato e pacifico progresso democratico”. E così, con il voto favorevole dei comunisti passò l’articolo 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Qualsiasi modificazione dei Patti, bilateralmente accettata, non richiede procedimento di revisione costituzionale».Nenni parlò di cinismo, lo definì “il cinismo di Togliatti applicato alla politica. Ma non il cinismo degli scettici, ma di chi ha un obiettivo e non vede altro. E’ la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla Chiesa e ai cattolici…”. Vittorio Foa diede poi ragione a Togliatti, malgrado gli azionisti (lui compreso) fossero decisamente contrari. A suo avviso il Segretario comunista fu lungimirante. Ecco, è stato un tuffo nella grande storia e nella straordinaria cultura politica dell’Italia.

E poi mi venuto da pensare: ma come ci siamo ridotti a Salvini? Al comizio col rosario e il Vangelo? Alle frasi cupe e violente contro gli immigrati che minaccerebbero la nostra razza? Il rosario ed il vangelo utilizzati nella strumentalizzazione più squallida delle pulsioni italiche contro i migranti che toglierebbero il pane ed il lavoro agli italiani? Gabriella Nobile, imprenditrice di origine pugliese ma residente a Milano, ha deciso di scrivere una lettera aperta a Matteo Salvini. La signora Nobile è madre adottiva di due ragazzi neri. Il figlio più grande, quando «prende l’autobus per andare agli allenamenti di calcio – racconta Gabriella Nobile – da circa un paio di mesi mi racconta di insulti che è costretto a subire: «Sporco n…», «N… di mer…», «Torna a casa tua», “Venite qui a rubare e ammazzare le nostre donne». La figlia, invece, prima di andare a letto le chiede “ma se vince quello che parla male di noi mi rimandano in Africa?”, e piange disperata». La signora Nobili, riferendosi al leader della Lega, afferma che nello slogan “prima gli italiani” c’è tutta l’ignoranza di chi non ha ancora capito che l’italiano è colui che ama l’Italia, al pari di chi ci è nato. E invita Salvini a fare «la guerra a coloro che ci hanno ridotto al collasso. Benpensanti italici che hanno impoverito di cultura e di valori questo bellissimo Paese facendo guerre contro i poveri, gli immigrati, i gay, i rifugiati».

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Salvini agita il rosario ed il vangelo, dunque si affida alla potente evocazione emotiva di questi oggetti. Un mio amico domenica mattina mi ha telefonato per chiedermi quante schede daranno per votare. Gli rispondo tre, ma il mio amico non chiude alla risposta. E’ decisamente irritato per il comizio di Salvini e mi chiede: “basta avere un vangelo in mano per essere una persona per bene? Oppure per predicare buoni propositi? Se è così, allora, anche Totò Riina e Bernardo Provenzano erano persone per bene. Ad entrambi hanno trovato Bibbie e Madonne! Se i mafiosi quando giurano lo fanno su immagini della Madonna, a questo punto mi viene da pensare che il delinquente sia io e non Riina o Salvini.”

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