La diaspora dei berluscones

Michele_prospero

C’è qualcuno che finisce in manette. Altri amici stretti già annunciano la fuga. Simboli di un potere che crolla. E riemergono così tutte le fragilità di un
partito personale che per più di venti anni è rimasto adagiato nella più assoluta indeterminatezza organizzativa. Arroccato nella privatizzazione dei canali di ascesa e discesa, sempre gestiti a discrezione del capo assoluto, non ha espresso una rete organizzativa collaudata e non ha selezionato una coesa classe dirigente. Per questo il destino di Forza Italia risulta un’incognita. E la solitudine del Cavaliere incrementa i più atroci dubbi esistenziali tra i seguaci ancora rimasti in circolazione.

L’unico punto di forza che gli serve per galleggiare è quello raggiunto con la fulminante intesa sull’Italicum. Se quel congegno verrà un giorno davvero approvato, a dispetto della Consulta che verrebbe sostanzialmente beffata dal legislatore, con dei ritocchi ininfluenti ai fini della effettiva guarigione dai vizi palesi di incostituzionalità, allora anche il paventato sorpasso di Grillo alle prossime consultazioni europee non costituirà un grosso affronto. Dopotutto, anche nelle elezioni del 2013, il partito del Cavaliere si piazzò solo terzo. Non è l’ordine d’arrivo, come singolo partito in lizza, l’aspetto cruciale della competizione.

Il plusvalore politico, che già alle consultazioni scorse gli ha ridato un insperato fiato strategico, mascherando per un po’ il vistoso collasso elettorale, è stato quello della coalizione. Finché proprio la coalizione è riconosciuta dalla legge come un soggetto politico, quello centrale per l’attribuzione del premio in seggi, Berlusconi avrà le risorse strategiche per contare nei giochi e dire la sua nei processi istituzionali. Potrà subire ridimensionamenti cospicui, assistere a frammentazioni infinite e rivelarsi esposto a continue fughe centrifughe. Ma la coercizione sprigionata dalla tecnica elettorale restituisce comunque la pressione indispensabile per minacciare gli alleati ed esercitare una formidabile attrazione centripeta. Su di essa poggia il potere residuale del Cavaliere.
Per questo, malgrado i segni di progressivo logoramento registrati dai sondaggi, si aggrappa al ruolo di nobile padre costituente. Non lo fa per la vanità o perché speri ancora in una ricompensa surrettizia sul piano giudiziario. Lo fa perché la sua sorte politica, e quindi aziendale, dipende dall’Italicum.

Non gli sfugge che le eccessive attenzioni di gradimento, le aperture civettuole mostrate ripetutamente verso il suo antagonista Renzi, indeboliscono la presa elettorale di un partito in crisi, sbigottiscono i deputati, e aprono voragini che agevolano la grande fuga. Ma questa diaspora è, se non proprio calcolata, inevitabile. E l’emorragia in corso può avere persino un senso, solo però se in cambio di una cura dimagrante rimane ben saldo il riferimento all’Italicum. Quella induzione meccanica alla coalizione di forze eterogenee, che si riconoscono sotto lo scudo di un capo, è la vera risposta alla sua eutanasia politica. E ad esso Berlusconi non rinuncerà mai.

Chi immagina che un Cavaliere classificato solo terzo alle europee di maggio farà saltare l’accordo del Nazareno si inganna di grosso. Non perché invecchiando è diventato più responsabile e refrattario alle pazzie. Il fatto è che lui e Renzi hanno un interesse convergente, quello appunto di imporre una formula elettorale altamente selettiva che preveda una bassa soglia per acciuffare il cospicuo premio di maggioranza. Chi per sorreggere delle aspirazioni al trionfo secondo una vocazione maggioritaria altrimenti evanescente, chi per blindare una rendita di posizione altrimenti minacciata, tutti e due intendono disegnare un sistema a forte traino coalizionale e con una soglia minima raggiungibile sin dal primo turno. Solo una clamorosa affermazione di Grillo, tale che in solitudine il comico scavalchi i voti raccolti dall’esercito dei mille raggruppamenti di destra, potrà sconvolgere alla fonte gli accordi siglati al Nazareno per reimpostare i comandi di un rigido bipolarismo coalizionale.

A quel punto, infatti, con un Grillo alle porte, non solo Berlusconi perderebbe la sicurezza di presidiare un polo alternativo, capace pur nella sconfitta di condizionare e negoziare, ma anche per il Pd si tratterebbe di convivere con l’incubo di Parma, cioè con l’ombra del «cavalier pizza», che trionfando nella città ducale con il soccorso della destra smarrita, ha intonato il de te fabula narratur per tutto il sistema politico italiano. Spenta l’energia vitale del Cavaliere, cui per vent’anni si sono aggrappate le classi dirigenti più ostili al ricambio politico e sociale, altre esibizioni vitalistiche sono pronte per rimpiazzarla operando sullo stesso terreno della narrazione fiabesca e del periodico repulisti anti casta. Cioè in esercizi propedeutici ad un eterno declino.
l’Unità

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