Sotto la Destra niente

Michele_prospero

Ma quale Terza Repubblica. La destra accarezza il più arcaico dei domini, il paternalismo politico. L’ostinazione con cui Berlusconi rifiuta di prendere atto della realtà, e quindi di pensare in fretta alla successione, è il segno di una perdita completa di lucidità politica. L’incubo delle manette gli spezza ogni capacità di calcolo. E per questo timore ancestrale dinanzi ai fantasmi delle sue prigioni, la destra vaga da mesi ormai senza alcun progetto.

Nomina sul campo l’asettico Toti consigliere politico. Si affida alle sparate pittoresche di Santanchè, indomita raccoglitrice di inutili firme per la grazia. Assiste alle grottesche sceneggiate di Rotondi dedito alla caricatura di un governo ombra. Legge i puerili fondi di Sallusti che ordinano la caccia grossa ai comunisti irriducibili, assediati al Quirinale. Insomma, a corto di politica, la destra non va oltre il puro folclore.
Il “cappellaio matto” è fuori gioco e il suo mondo, che ha interiorizzato l’abitudine di servir tacendo, non ha nulla di solido cui aggrapparsi. Quando si sgonfierà l’effimero chiacchiericcio attorno al Cavaliere come inaudito padre costituente (l’inventore di leggi elettorali ora è privo di diritto di voto!), e saranno esaurite le ostentazioni surreali da parte dei parlamentari azzurri di una vicinanza totale al nuovo corso del governo della velocità, a destra potranno finalmente percepire il corposo niente cui sono ridotti.

A destra non c’è nessun cantiere aperto, che faccia intravvedere dei movimenti per la costruzione ponderata di una offerta politica credibile, in vista del voto di maggio. Neanche gli errori tattici della sinistra hanno contribuito a recuperare una prospettiva realistica di competitività. Per questo il rientro all’ovile a testa bassa del reprobo Casini, e l’attesa di un analogo cenno di resa da parte di Alfano, non hanno restituito una trasparente rotta strategica alla destra. Se Berlusconi è affezionato al detto di Grozio, quello per cui «il ritorno all’obbedienza cancella l’offesa», dovrà ben presto accorgersi che non basta calmare il risentimento verso chi un tempo lo tradì, e gradire la momentanea mossa della sottomissione, per conferire un senso politico alla coalizione.
Senza una lucida politica, sprovvisto di una leadership sperimentata nella dura battaglia, Berlusconi, seppur moribondo per le troppe ferite inferte dai palazzi di giustizia, non avverte il bisogno di una normalizzazione della sua creatura personale-aziendale.

In cambio della assoluta fedeltà mostrata nella difesa del capo dalle toghe rosse e nella tutela dalla concorrenza di altri attori economici, il Cavaliere riconosceva alle sue truppe una certa libertà di manovra nei territori e anche un qualche anarchismo sui valori ultimi. A digiuno di una classe politica autorevole, ora Berlusconi per sopravvivere a se stesso giura sulla affinità di sangue. Solo per via familiare, per stretta continuità di stirpe, pensa che il suo potere tradizionale possa perpetuarsi nel tempo. Nel cuore del postmoderno, la destra fa rivivere la fedeltà di sangue come unica giustificazione del potere.

Comunque, Berlusconi se la prende assai comoda nel cedere lo scettro del potere perché, seppur ammaccato e fuori uso, ha un asso nella manica che gli permette di glissare, di rinviare l’apertura del testamento. E la sua arma letale si chiama Italicum. È cioè quel perverso congegno elettorale che sprigiona l’induzione meccanica a stare sotto gli stessi vessilli. La dura coercizione del voto utile, richiesta dalla logica del grande premio a chi arriva per primo, gli regala, e senza alcuno sforzo progettuale, un plusvalore politico come quello dell’opportunità di ritrovarsi tra le mani una coalizione su misura da capeggiare. L’Italicum è una polizza di lunga vita per il Cavaliere dalla spenta vena creativa, e un’ancora di salvataggio per i suoi diretti discendenti estratti dall’albero genealogico. Basterebbe archiviare la lotta tra coalizioni, e restituire ai cittadini un voto libero, per congedarsi da Berlusconi come convitato di pietra della futura competizione.

Con le sue orribili tentazioni di riprodurre forme politiche di stampo patrimoniale, il Cavaliere è un fattore di pura conservazione e di immobilismo. Altro che Terza Repubblica. Finché il sistema è costretto a convivere con lui, o a fare i conti con le sue dirette appendici familiari, il manifesto della nuova politica sarà il Patriarca di Robert Filmer, cioè quel cupo libro del pensiero reazionario contro cui si scagliò Locke per respingere il potere illimitato dei padri e fondare la moderna politica basata sul libero consenso.
L’Unità

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