NUOVE INFORMAZIONI SUI LAVORI DI RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI GIÀNOLA A FORMIA di Salvatore Ciccone

Villa di Mamurra a Gianola
Affiora il volto della statua

Nello scorso articolo si è fatto un generale riepilogo delle vicende degli studi e dei passati lavori di recupero della villa romana estesa su parte del promontorio di Giànola, compreso nell’attuale Parco Regionale Naturale Riviera di Ulisse. Inevitabile è stato il riferimento al personale coinvolgimento, sia nelle pregresse ricerche che nella espletazione di incarichi come architetto e ciò con moderazione, avendo come prioritaria l’evidenziazione dei valori di questo originale contesto storico-naturale nella auspicabile sua più corretta utilizzazione. In questa finalità si crede opportuno fornire nuove informazioni sulle procedure seguite nei lavori che dal 2014 al 2016 permisero lo scavo parziale dell’edificio ottagonale e alla sua prima protezione dagli agenti naturali, insieme alle acquisizioni sulla sua architettura e alle scoperte archeologiche. Un intreccio di operazioni progettuali e di esecuzioni, di rilievo e di studio… e di conti, che mi ha impegnato nel cantiere con il mio collega ingegnere Orlando Giovannone praticamente fianco a fianco col personale operante, ben al di là di una generica prestazione di progettista e direttore dei lavori, qui più gravosa anche negli atti procedurali; fatto determinato dalla complicata situazione di intervento costantemente da adeguare alle più disparate evenienze, nonché nella acquisizione e interpretazione dei dati, quasi da scena del crimine quale effettivamente si presentava il sito dalla dissennata distruzione bellica.

Parte posteriore dell’abside nord-ovest in due fasi di recupero

Dopo le opere di decespugliamento, facendo attenzione a non compromettere ulteriormente i ruderi e alla contestuale recinzione dell’area di cantiere per scongiurare compromissioni e incidenti da parte di intrusi, si dette via all’opera di scavo nella parte dell’edificio rivolta al mare, dove si sarebbe dovuto apprestare un passaggio per una gru su gomma a braccio telescopico. Sfortuna e fortuna insieme: fortuna perché subito emersero i primi significativi reperti consistenti in teste ritratto marmoree, ben cinque con in più frammenti di altre; sfortuna perché non si poté usufruire di quel mezzo d’opera fondamentale al sollevamento di più ingenti frammenti murari, dovendo variare il progetto avvalendosi della sola gru a torre con braccio fisso, peraltro indispensabile per svariate movimentazioni di cantiere. Quindi, mentre verso mare si procedeva allo scavo del collegamento dell’edificio alla villa con continui affioramenti di reperti scultorei, dal lato occidentale si penetrava verso l’interno alla sala ottagona centrale con la rimozione di massi murari. Qui si ebbe la sorpresa nel constatare che il pavimento di quella sala era rialzato rispetto a quello circostante; si rinvennero inoltre il pilastro centrale abbattuto, i frammenti della volta con il mosaico a stelle descritta da Mattej insieme alla vasca, quest’ultima anelata per ciò che si immaginava e che si dimostrò: un invaso di presa di una sorgente che sgorgava a motivo dell’edificio.In questo scavo l’abside della stanza posta centralmente sul lato del perimetro si scoprì collassata su sé stessa e questo richiese subito un’opera di puntellamento che non fosse troppo invasiva del risicato spazio scavato.


Prima pulitura di alcuni reperti scultorei di marmo rinvenuti nella parte a mare dell’edificio ottagonale

Si procedé quindi con una specifica struttura in acciaio consistente in una cerchiatura sagomata alla struttura muraria alla quale si congiungevano dei sostegni inclinati poggiati a terra su plinti in cemento armato, ovviamente separando il congegno dalle parti antiche con speciali teli; inoltre sul dorso dell’abside si reintegrò la muratura dove si presentava aperta una finestra, preservandone il documento.Questo intervento si allineava sulla logica a base del progetto di copertura, cioè quello di impiantare una struttura a tubi e nodi, zincati a caldo contro l’ossidazione, che fosse provvisoria nel concezione, ma più solida e duratura nell’estensione dei tempi di successivi interventi di scavo, pertanto adatta ad un cantiere visitabile come concordato con la Soprintendenza. Per questo, alla necessità di un vincolo a terra staticamente sicuro, si poneva il problema dei forti venti del luogo, per la qual cosa gli appoggi dovevano assumere la caratteristica di plinti-zavorre. In ciò venne prioritariamente escluso per congruità progettuale e per inderogabile disposizione ministeriale, l’ancoraggio diretto su porzione strutturali abbattute o sul suolo roccioso affiorante all’interno dell’edificio, che ne avrebbe comportato la perforazione per l’inserimento di barre di acciaio filettato di fissaggio: un atto lesivo riguardo alle antiche strutture e problematico nei prospettabili interventi.

6 – La sala ottagona e l’abside consolidata posti al riparo della copertura con telaio a tubi e nodi:

Fu così che furono posti in opera questi plinti cementizi che sebbene a vista furono resi distintivi nella loro forma cilindrica, comunque facilmente rimovibili dal contesto archeologico, come infatti è avvenuto nei lavori eseguiti direttamente dalla stessa Soprintendenza dal 2020.La copertura della parte scavata scongiurava l’accumulo di acqua meteorica nell’ammasso ruderale e insieme una forte concentrazione di calore, combinazione sfavorevole alla conservazione di già indebolite murature. Per lo stesso motivo la parte preponderante non scavata, venne ripianata con terra di scavo e quindi protetta con uno speciale telo impermeabile traspirante, poggiato su uno strato devitalizzante e poi sottoposto ad uno di lapillo vulcanico, drenante e di ancoraggio. Così si assicurava, pur sempre con una ricognizione e manutenzione periodici, la protezione dagli agenti naturali interconnessi, quali piogge, insolazione, salsedine, vegetazione, qui molto aggressivi. Intanto All’Istituto Centrale per il Restauro presso il San Michele a Roma si procedeva alla cura di parte dei reperti marmorei che sono stati poi oggetto di una specifica mostra nel medesimo luogo, per poi essere in seguito esposti com’è attualmente presso il Museo Archeologico Nazionale di Formia: una nuova attestazione della storia di questa città che preludeva ad un perdurato impegno di ricerca e ad un avveduto recupero di quella originalissima villa di Giànola. DIDASCALIE IMMAGINI1 – Le rovine dell’edificio ottagonale sul lato nord-ovest, all’inizio dei lavori: a destra un cantone intagliato nella roccia e al centro il catino dell’abside.2 – L’ammasso ruderale dell’edificio ottagonale durante gli scavi: in basso il lato nord-ovest e a sinistra il collegamento verso la villa dove sono affiorate le sculture.3 – Una archeologa impegnata a liberare una testa ritratto marmorea nel collegamento sul lato mare dell’edificio ottagonale.4 – Prima pulitura di alcuni reperti scultorei di marmo rinvenuti nella parte a mare dell’edificio ottagonale.5 – Parte posteriore dell’abside nord-ovest in due fasi di recupero: a sinistra, consolidamento con puntelli di mattoni e cerchiatura con sostegni di acciaio; a destra, sostituzione dei puntelli con cortina muraria a ripresa dell’arco e piattabanda di una finestra collassata.6 – La sala ottagona e l’abside consolidata posti al riparo della copertura con telaio a tubi e nodi: si notano i plinti-zavorra cementizi di forma cilindrica che assicurano a terra la struttura senza compromissione delle antiche superfici.

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