Toni Morrison e l’arte di spiegare il razzismo ai ragazzi (di Roberto Saviano sul quotidiano La Repubblica)

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Abbiamo sentito talmente tanto pronunciare la parola razzismo da aver smesso di comprendere il suo sinistro significato. Ci sembra la parola diventata un disturbo, come una tosse, un catarro che viene a chi è stato troppo esposto al freddo del passato. Una definizione antiquata, da cui difendersi per tornare a essere liberi di dar giudizi o fare analisi.

Toni Morrison in queste pagine rare, diverse da tutto ciò che ha scritto prima, mostra l’urgenza, dimostra l’imperativa necessità di occuparsi di razzismo. Racconta scrivendo, anzi battendo il martello delle parole sul metallo dei concetti, come il razzismo sia l’inclinazione comune, lo spontaneo cercare di sentirsi qualcosa di più che soli individui, e per realizzare questa elevazione di sé, si seleziona chi escludere. Esisto solo se escludo qualcuno, esistiamo solo se scacciamo nel basso dei commenti e delle gerarchie umane chi ci appare diverso. E può essere chiunque: il meridionale, il nero, il bianco isolato, il matto, il povero, il disabile, tutti possono essere minoranza in questo mondo, non esistono contesti protetti.

Questo libro dovrebbe essere tra le mani di professoresse e professori per raccontare ai loro studenti come fu inventata una patologia, sì, proprio una malattia, per descrivere il desiderio di fuggire dalla schiavitù degli africani deportati in Nordamerica. Ma come, possibile che sfuggire alla miseria e ai ceppi sia una malattia? In quegli anni inventarono anche questo e gli diedero un nome, “drapetomania”, descritta come “il disturbo che spinge gli schiavi a fuggire”. La cura? Farli lavorare, sferzarli, isolarli, considerarli non bestiame ma nemmeno uomini: qualcosa di intermedio. Questo limbo è lo spazio dove releghiamo l’altro, qualsiasi altro e, per capire come venga creato e come riesca a diventare anche un posto fisico, reale, tangibile, queste pagine sono indispensabili. E non è passato, dice Toni Morrison, il razzismo è qui, ora, subito e se non conosci cosa è accaduto, non riconosci gli echi di ciò che accade.

Toni Morrison parla dei flussi migratori in America e dice come la più grande comunità migrante negli USa sia quella tedesca, molto più folta di quella inglese e di quella afroamericana, ma la comunità tedesca si è mimetizzata, quasi nascosta, ha modificato i propri cognomi cassando la propria origine particolare. Nessuno di loro viene definito tedesco-americano, come accade per altre comunità di immigrati. Fino a qui magari tutto sembra rientrare in una normale volontà di integrazione e di evitare che le differenze siano evidenti, se non fosse che uno dei meccanismi usati dalla migrazione tedesca è stata il costruire un’identità contro qualcuno. Non esisti se non in contrapposizione a qualcuno, non sei incluso se non escludi.

L’identità in contrapposizione con l’altro è persino nella scrittura. Toni Morrison cita Faulkner ed Hemingway e spiega come, anche loro, non riescano a relazionarsi a uomini e donne neri se non indicando la diversità del colore della pelle. Il bianco è “il locale”, “l’americano”, “il guercio”. Il nero è il nero. Il nero o viene chiamato col suo nome o definito dal suo colore. Raccontare l’utilizzo del colore in letteratura serve a Toni Morrison per raccontare come questa prassi, in realtà, derivi dalle leggi stesse che hanno codificato l’identificare l’essere umano dal colore della sua pelle. Il codice penale americano del 1847 diceva: qualsiasi persona bianca si ritrovi con schiavi o negri liberi, allo scopo di insegnare loro a leggere o scrivere, verrà reclusa in prigione per un periodo non superiore a 6 mesi. Sino al 1944 nella città di Birmingham era vietato “a negri e bianchi di giocare assieme in luogo pubblico a carte, dama, scacchi”. Quindi l’identità del bianco è data dall’esclusione del nero. Senza il nero, tra i bianchi tornerebbero le divisioni in ricco, povero, bello, orrido, privilegiato o sfruttato, simpatico, ignorante, di talento. In contrapposizione al nero, invece, diventa solo bianco, vincente, parte attiva del mondo. Lo stesso concetto di nero è quasi inesistente in Africa dove, con eccezione dei sudafricani, non si definiscono neri ma ghaneani, guineani, sudanesi, maliani, nigeriani. La variazione delle tonalità del colore nero non costituisce un dettaglio significativo, non costituisce “differenza”, e rende sostanzialmente la pelle scura identica alle varie tonalità di pelle bianca che può essere olivastra, più chiara, più scura. La polarizzazione sul nero non c’entra col colore in sé, ma c’entra con la necessità di escludere; c’entra con chi non è inserito, c’entra con gli esclusi che possono o meno essere inseriti nella comunità degli inclusi. E l’inclusione di alcuni esclusi genera altra inclusione e, soprattutto, altra esclusione.

È interessante seguire, nel racconto di Toni Morrison, episodi di persecuzione per capire come non si debba e non si possa essere indecisi su come trattare i casi di razzismo che oggi si presentano. Cambiano i tempi, cambiano i luoghi, cambiano anche le modalità ma non il fine, e quel fine dobbiamo smascherare. Nel 1944 Booker Spicely viene ucciso a Durham nel North Carolina da un conducente di autobus perché si era rifiutato, per stanchezza, di andare in fondo, al posto dei neri. Nel 1946 Maceo Snipes viene prelevato a casa sua e ucciso a colpi d’arma da fuoco in Georgia perché aveva votato alle primarie democratiche. Gli verrà appeso al collo un cartello con su scritto: il primo negro a votare ora non voterà mai più.

Toni Morrison racconta di come, nel Ventesimo secolo, i neri non più schiavi iniziano a decidere tra loro quale gradazione di nero sia più nera di altre.
Il “nero mezzanotte”, così viene definito il colore della gradazione più scura, è garanzia del vero nero e dà la certezza che un nero così non potrà mai essere accettato nella società dei bianchi. In Paradiso Toni Morrison racconta di questa perversione come garanzia di identità e alleanza: non potrà mai un “nero mezzanotte” pensare di piacere ai bianchi perché non ha la pelle cacao, cioè mischiata col bianco. Lo scopo di tutto questo, dice Toni Morrison, è semplice: far morire l’idea di un’umanità comune. Ed è esattamente quello che sta avvenendo in queste ore, in questi giorni, settimane e mesi.

Toni Morisson rifugge il nazionalismo black, così come rifugge dalla logica contraria del povero e dello sfruttato come il giusto della società. La sua grandezza è nel riportare tutto alla dimensione umana. Il razzismo non è qualcosa che puoi allontanare, non è un vecchio orpello del passato che nessuno vuol sentire più pronunciare e che nessuno pronuncia temendo d’essere accusato di troppa correttezza. Il razzismo sta crescendo nel disastro della mia Italia, della mia Europa. Si cerca di sentirsi diversi, fortunati, ricchi o sulla strada della ricchezza solo vessando il profugo, incolpando chi lo sta salvando dal mare. Razzismo non è proclamare la superiorità della razza ariana, non è credere all’esistenza delle razze in contrapposizione alla scienza che ha dato prova dell’esistenza di un’unica razza, quella umana. Razzismo è impedire la creazione di una umanità comune.
- © 2018, Roberto Saviano
Tratto da “L’origine degli altri” di Toni Morrison edito da Mondadori libri S.p.A per Frassinelli.

IL LIBRO
L’origine degli altri di Toni Morrison (Frassinelli, trad. di S.Fornasiero, pagg. 168, euro 15,90). Il brano qui pubblicato è un estratto della prefazione italiana, scritta da Roberto Saviano

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